Caravaggio e il delitto di Giovanni Battista

La Decollazione di San Giovanni Battista è un dipinto di Caravaggio realizzato in olio su tela (361×520 cm) nel 1608. Grazie a questa opera Caravaggio ottenne l’onore della Croce di Malta. Quest’opera è conservata nell’Oratorio di San Giovanni Battista dei Cavalieri nella Concattedrale di San Giovanni a La Valletta (Malta). Quando il pittore fuggì dall’isola poco dopo, la bolla con cui veniva radiato dall’ordine fu letta proprio davanti a questo quadro.

Lo storico dell’Arte Paolo Giansiracusa, Ordinario già titolare della Iª Cattedra di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Catania, racconta a Storiainpodcast le meraviglie dell’opera del Maestro.

Nella Decollazione di San Giovanni Battista, utilizzando i toni caldi della terra e del fuoco, Caravaggio lascia la prova documentale del delitto compiuto a Roma. Firma con un rivolo di sangue il martirio del Battista, firma come per ammettere la propria colpa per la quale chiederà pressantemente di essere perdonato. Firma l’omicidio come una confessione, lo fa con consapevolezza, rivelandoci quali sentimenti di pentimento attraversavano il suo essere nei giorni maltesi. L’opera è straordinariamente larga, oltre cinque metri, e la struttura compositiva si apre in orizzontale anticipando l’articolazione più complessa di un altro dipinto drammatico, quello della Chiesa di Santa Lucia fuori le mura di Siracusa. Caravaggio conosce bene i luoghi delle carceri spagnole e li dipinge con la sicurezza tipica di chi è avvezzo a frequentarli. Come è ormai sua abitudine, chiude il fondo con una parete buia: qui si aprono un grande portale a bugnato e la finestra di una cella dalla quale, oltre la grata, due carcerati guardano impauriti. Il carnefice ha già decollato il Battista e, come per nasconderla, porta la lama tagliente dietro le spalle. Il carceriere impassibile indica all’esecutore del delitto il bacile nel quale riporre la testa. Nel suo sguardo non c’è pietà. In lui è segno di un potere che non ammette tentennamenti; ciò si evince dalla posa rigida delle gambe, dal gesto deciso della mano destra, dalle chiavi legate alla cintola, dalla spada che con sicurezza, dopo avere tagliato la corda al Battista, ha abbandonato per terra. Solo un’anziana serva, con il volto stretto tra le mani rugose, rivela il senso drammatico della scena. Il mantello rosso, simbolo del martirio, avvolge la parte centrale del corpo del Battista ancora bloccato dalle mani legate. È lo stesso rosso del fiotto di sangue che sgorga dalla testa appena recisa. L’arco del portale, col suo segno robusto, raccoglie la scena sulla sinistra. La luce è quasi radente e proviene dall’alto, da sinistra. Essa modella il corpo del carnefice, i capelli grigi e le mani elettrizzate della serva, il braccio robusto di Salomè, il volto e la spalla del Precursore nel cui viso ci sembra di riconoscere gli stessi contorni dolci del Cristo della Cena in Emmaus milanese.
Il metallo del bacile, delle chiavi, del coltello affilato, della spada buttata per terra, luccica sotto l’azione violenta della luce. La grata della prigione e l’anello di ferro, murato a destra in basso, passano in secondo piano rispetto alla lama affilata delle armi di morte. Il Battista e il carnefice coprono la fascia centrale della scena, creando un varco tragico di sangue e di violenza.

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